
Parole sante!
Avevo un caro amico un tempo che si dilettava a ferirmi prendendo di mira la Chiesa con battute a volte anche esilaranti. Io volevo bene a questa persona e passavo sopra ad un evidente malcontento che le sue parole generavano dentro di me. Malumore diffuso, per certi versi inspiegabile. Ma memore di ciò che diceva mia madre “Essere permalosi è indice di ignoranza”, sopportavo in silenzio.
Ebbene oggi mi rendo conto che ho fatto male e questo per due validi motivi: il primo perché non ho mai detto chiaramente al mio amico l’effetto che mi suscitavano le sue parole, il secondo perché così facendo ho fatto si che la nostra amicizia venisse meno. E tutto ciò è stato possibile perché quelle non erano semplici parole, non erano solamente parole comiche, ironiche, e per questo inoffensive. Andavano a colpire ciò in cui io credevo, ciò che avevo di più caro e in definitiva ledevano la mia identità. Certo cristianesimo scriteriato e benpensante ha fatto sua l’idea che per essere come Cristo bisogna rinunciare a se stessi, consentendo agli altri di distruggere ciò che siamo e ciò in cui crediamo. Cristo aveva qualcosa da offrire, da donare, per questo è potuto morire in croce coraggiosamente. Una personalità che non esiste non può offrire nulla al di là della sua depressione e del suo dramma tutto interiore. Chi ci vuole a poco a poco de-costruire, vuole in realtà avere la possibilità di gestirci, di manipolarci. Vuole avere potere su di noi, anche se fa tutto questo sbandierando il vessillo della libertà.
La gravità delle affermazioni fatte sul palco il primo maggio in piazza san Giovanni sta tutto in questo loro carattere inoffensivo, politicamente corretto; si dice qualcosa davanti ad una folla compiacente o al più indifferente. Una folla che attende che l’oratore di turno la infiammi con le parole che una piattaforma comune ideologica condivide e a cui l’opinione pubblica applaude.
E’ la modalità di trasmissione quindi che colpisce, una modalità soft, narcotizzante, per un contenuto tutt’altro che morbido. E’ questo voler far passare per inoffensive parole di una violenza inaudita, che nascondono odio e rabbia. Parole che i più emarginati tra i giovani della società, i più idealisti, i più deboli, potrebbero scambiare per vere e spenderci addosso una esistenza, una vita intera fino alle estreme conseguenze. Così come si sono consumate intere generazioni di ragazzi attorno a pochi ideali e molti slogan.
La preoccupazione dell’osservatore romano e la sua reazione in tale contesto non possono non apparirmi quindi quantomeno giustificate e appropriate.
Alberico